Nel retail l’intelligenza artificiale viene spesso raccontata partendo dal risultato più visibile: un assistente per il cliente, un avatar in negozio, una previsione automatica. Esselunga sta partendo da un punto molto meno fotogenico: le persone che dovranno usare questi strumenti ogni giorno.

Nel bilancio consolidato 2025, il gruppo spiega di aver avviato un progetto pilota con strumenti di AI, in particolare ChatGPT Enterprise. Un gruppo di key user è stato incaricato di testare la tecnologia in contesti di lavoro reali, individuare casi d’uso concreti e definire prime best practice replicabili.

Nel 2026 il pilota viene accompagnato da un programma di formazione in più fasi: assessment iniziale, webinar di AI literacy, sessioni “AI for Work” differenziate per livello di competenza e follow-up per raccogliere esperienze e feedback.

Non sembra una rivoluzione. È proprio questo il punto.

Molti programmi di AI aziendale falliscono non perché il modello non funziona, ma perché l’organizzazione non sa quali processi modificare, quali dati possono essere utilizzati, chi è responsabile delle risposte e come misurare il beneficio. Acquistare licenze è molto più semplice che cambiare un modo di lavorare.

Esselunga sta trattando l’adozione come una capacità organizzativa, non come il lancio di una feature.

Questo approccio non garantisce un ritorno economico. Il gruppo dovrà ancora dimostrare quali casi d’uso producano risparmi, velocità o qualità misurabili. Ed è possibile che molti esperimenti non superino la fase pilota.

Ma c’è una lezione utile per il retail italiano: la parte più importante dell’AI potrebbe non essere il modello scelto. Potrebbe essere la capacità di trasformare un test in una pratica ripetibile senza perdere controllo, qualità e responsabilità.

Prima di avere agenti che gestiscono processi, serve un’organizzazione che sappia cosa vale la pena delegare. Esselunga sta iniziando da lì.